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Il lavoretto

Non tanto tempo fa un importante quotidiano italiano pubblicò un articolo sui lavori estivi, definendoli “lavoretti”, che si possono fare per ammazzare il tempo e guadagnare qualche soldo durante le vacanze scolastiche. Scaturì una piccola polemica perché nell’articolo si citava, tra questi lavoretti, anche quello del traduttore. Anche se un quotidiano di tale rilevanza – nella persona di un giornalista che fa un lavoro per molti aspetti simile al nostro – non si preoccupa di diffondere una cattiva percezione dei lavoratori della conoscenza, direi che siamo messi male.

La percezione che il lavoro del traduttore sia un lavoretto c’è, inutile negarlo. Neppure nostro marito, nostro fratello o nostra madre sanno bene cosa facciamo. Non parliamo dell’amico che a cena ti chiede, così all’improvviso, ma come si dice in inglese cavolini di Bruxelles?!? E si stupisce che tu non sia un dizionario ambulante di tutte le lingue. O dell’amica che ti dice: io conosco diversi studenti che hanno bisogno di aiuto per tradurre il materiale per la loro tesi di laurea. Potresti provare a mettere un annuncio in bacheca all’università, magari salta fuori qualcosa. Come spiegarle che io lavoro solo con aziende internazionali, in particolare con società finanziarie con sedi in tutto il mondo?

Non è un passatempo, è una professione. Ma la colpa di chi è? Dei traduttori che si arrabattano tra mille lavori, senza specializzazione, per tirare a campare? Delle associazioni di categoria che non hanno saputo darci visibilità? Delle università che non ci insegnano a diventare imprenditori? Delle nostre mamme che ci spingono a trovare il lavoro fisso, magari dietro casa? E guai a lanciare un’idea fuori dal coro.

O forse la colpa è del mercato? Ma il mercato alla fine siamo noi. La colpa è delle agenzie? Sono clienti, e possiamo sempre dire di sì o di no. La colpa è degli altri traduttori che accettano tariffe da fame e io mi devo adeguare altrimenti non lavoro?  Insomma, la colpa fondamentalmente è “nostra”.

Magari sei bravo, ma non ti sai promuovere. Non porti il biglietto da visita. Non hai idea di cosa sta accadendo nel tuo settore. Rispondi a una richiesta di preventivo due giorni dopo. Consegni in ritardo. Non sai organizzare il tuo tempo, né negoziare le condizioni di un incarico. E quando ti avvali di un servizio professionale, lo vuoi ricevere gratis (proprio come fanno certi tuoi clienti con te).

Basta improvvisare. Basta pappa pronta. Impara a pensare.

Cosa vuoi fare nella vita? Tradurre? Perché?

Cerca, studia, chiedi, fai uno stage, lavora con un mentore professionista anche gratis se necessario, varrà comunque più di un corsettino di personal branding. Rispetta il lavoro altrui. Ringrazia – anziché contestare – chi ti dà il consiglio controcorrente o ti insegna a pensare con la tua testa. Non quello che si limita a dirti che se usi Trello diventerai un supereroe.

Siamo noi quelli che decidiamo del nostro futuro, che dobbiamo adattare tanti bei consigli al progetto che intendiamo realizzare. Alla fine, potremmo anche decidere che questo lavoro non fa per noi…

E se decidiamo di volerlo fare, come far percepire la figura del traduttore come un professionista?

Non so se ho la ricetta giusta. Ma so che servono specializzazione, fatica, pazienza per far capire ai nostri interlocutori la complessità, l’ampiezza, le sfumature innumerevoli di questo lavoro. E qualche cucchiaio di coraggio per proporsi sempre come un imprenditore, come un amministratore delegato della nostra attività, con coerenza. Alla fine, aggiungerei che serve anche un pizzico di peperoncino per isolare e contestare chi fa questo mestiere senza essere qualificato.